Racconti

Selfie

Aspetta. Un’altra, fammi provare un’ultima volta.

Mh, no, che palle, non va.

Oggi non è giornata.

Sarà la luce, la odio questa luce, o il telefono, sì, devo cambiarlo di nuovo, non è possibile così ogni volta, diecimila prove prima di avere una foto decente.

Sì che poi ci sono i filtri. Con la posizione giusta e uno o due filtri anche le cosce sembrano toniche. Pure il culo in effetti, me lo ha detto pure Luca, ma io mica mi ricordavo di averla mandata anche a lui quella foto l’altra sera. Gliel’avrà mandata Giorgio, sicuro, o Gabriele. Sono loro che me le chiedono sempre, “Send nudes”, quasi sera per sera. Di solito gliele mando, quando non sono in giro, ne faccio molte, scelgo le migliori, metto i filtri giusti e premo invia a molti. Cioè, molti, quelli che me lo chiedono, per lo più, anche se a quel ragazzo carino del pub ogni tanto gliele mando pure se non me le ha chieste mai. So che in classe le commentano ma a me non importa. Non importa se poi se le passano, se ne parlano. Sono belle foto, poi spesso neanche sembro io. Cioè, sì, si capisce, ma sembro più bella, lo dicono tutti. Roberta mi critica ma sono certa che anche lei manderà le sue foto intime a qualcuno. Lo facciamo tutti ormai. Ma io, poi, mica le mando a tutti. Giorgio è popolare, anche Gabriele, se le chiedono a me vuol dire che per loro conto qualcosa, anche se poi lo so che mi vogliono scopare. Non che a me vada tanto eh, l’ho già fatto con alcuni ragazzi, sì, ma non provo quasi mai piacere, mi è piuttosto indifferente, boh, chissà se alle altre persone piace, o se la pensano tutti come me e fanno tutti una gran finta per far credere che il sesso sia bellissimo. Io non sento niente. Però a scuola, dopo quella sera mi guardavano tutti diversamente, col sorrisino. Lui lo avrà raccontato sicuro, ma avrà parlato bene per forza, perché tutti i ragazzi si avvicinavano, ammiccavano. Tranne Marco, lui mi ha guardata male, ma lui rosica, lo so. Lui non ha nessuna, nemmeno parla di sesso, secondo me è gay ma ancora non lo sa. Anche se non credo, forse è come me e semplicemente non gli piace, ma non finge il contrario. Ma lui è strano, non mi guarda mai in quel modo, non ammicca, non si zittisce se mi vede arrivare, e poi l’altro giorno, che ridere, mentre facevo ginnastica la spallina del reggiseno mi è scivolata giù dalla spalla e lui me l’ha rimessa a posto senza guardarci dentro. Che tenero! Che sfigato. Che poi, in fondo, mica mi dispiacerebbe uscire con lui, se solo avesse più like alle foto profilo.

di Jessica Buscemi

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Racconti

Ghosting

Da qualche mese sto provando anche io quell’app di incontri. In realtà è quasi un anno ormai, ma non ci sto molto. Circa un quarto d’ora al massimo, tre o quattro volte al giorno. All’inizio mi sembrava strano, scegli le ragazze come su un giornale, un binge eating di esseri umani, scelte come su catalogo, due o tre millesimi di secondo per decidere se una ragazza potrebbe essere il tuo tipo o meno. I primi momenti ero più lento, a scegliere. Man mano che mi sono abituato ho iniziato a scorrere i profili sempre più velocemente, impiegavo così il mio quarto d’ora pigro, davanti alla colazione, o in bagno, o al semaforo, e decidevo il mio potenziale futuro basandomi sulla foto migliore di una perfetta sconosciuta. Qualche volta sono anche uscito con delle ragazze conosciute così. La buttavo lì, le invitavo a bere dopo pochi convenevoli e la maggior parte accettava subito, del resto avevano messo il like anche a me, mi avevano già scelto. Sono uscito con cinque ragazze fin ora. Con tre siamo anche diventati amici. Cioè siamo rimasti amici, nel senso che non è mai successo niente. Sono l’unico stronzo che fa amicizia pure su un sito di incontri. Friendzonato al primo appuntamento da ragazze che, come me, di certo non potevano star cercando solo amicizie. No? Tornavo a casa domandandomi se fosse colpa mia, se fosse il mio odore, se avessi la maglietta sbagliata, se avessi scelto il locale sbagliato o se fossi davvero così stupido e poco interessante da dover essere immediatamente rimesso al posto mio. Il divano per lo più. Il mio, da solo.

Le altre due volte mi è andata meglio, una ragazza l’ho addirittura baciata. L’ho riaccompagnata a casa e ci siamo dati questo bacio appassionato. Era molto bella, vestita bene, faceva un buon profumo, e probabilmente anche io, altrimenti mica mi avrebbe baciato una così. È scesa dalla macchina dicendomi che ci saremmo senz’altro sentiti, ed è stato vero, siamo usciti qualche altra volta ma lei era sempre impegnata, e in effetti anche io, e insomma quando uscivamo sembrava sempre non avessimo nulla da dirci e di stare chiusi nella stessa stanza per più di dieci minuti non avevamo voglia, eravamo due estranei che si sforzavano di piacersi, così un giorno non l’ho chiamata più, e sono certo sia stata grata di questo.

L’ultima… beh, con l’ultima sono andato a letto. Era incredibile. Ci siamo frequentati due mesi, chiamate, messaggi, sesso, forse il più buon sesso che abbia mai fatto, e anche lei, credo, o almeno, così mi ha detto. Abbiamo anche festeggiato il primo mese insieme. Io, a 34 anni che festeggio il mese, come un ragazzino. Stavamo iniziando a parlare di amore, cioè non proprio di amore, ma si capiva che eravamo legati. Dormivamo anche insieme a volte, mi dormiva addosso ed era bellissimo anche respirare i suoi capelli fino a ritrovarmeli in bocca, nel sonno.

Un giorno l’ho chiamata e non mi ha risposto.

Le ho mandato messaggi, non le sono arrivati. Nessuna spunta blu, nè grigia, anzi una sola spunta. Nessuna foto profilo, nessun ultimo accesso. Le chiamate deviate nel telefono. Bloccato, ovunque, su tutti i social. Non mi ha dato spiegazioni, non ha voluto nemmeno dirmi perchè mi stesse lasciando, mentre il giorno prima mi parlava di amore. Ero stordito, mi sentivo schiaffeggiato, confuso, mi vergognavo a dire che era sparita così, come lo spiegavo agli amici? Sapevano che andava tutto bene, avrebbero pensato che mentivo o che ero talmente stupido da non aver capito niente. Quello stato d’animo mi ha accompagnato per più di una settimana. Un senso di vuoto e nausea che non era data dalla sua assenza ma dalla mia umiliazione. Lei non c’era più ed io ero umiliato per averci creduto. Per aver creduto che fosse lì con me, mentre respiravo i suoi capelli. Per aver creduto che si stesse affezionando a me, come a un cane monco che salvi dalla strada. Per aver creduto che mi avesse salvato da tutti quegli incontri sterili tra sconosciuti scelti su un catalogo. Per aver creduto di essere, quantomeno, degno di un addio, di una spiegazione, di uno straccio di perché al suo non volermi più vedere.

Lo chiamano ghosting, ma anche se a giocare a fare i fantasmi sono loro, quello morto mi sento io.

Racconto di Jessica Buscemi